SUL LABIRINTO IMMAGINARIO

LABIRINTO

di Marta Bettenzoli

Le potenzialità della mente sono infinite e straordinarie: essa ci permette infatti di immaginare il nostro futuro, di creare immagini mentali di oggetti e desideri raggiungibili e non, di viaggiare verso mondi lontani e inesplorati, di ricordare con esattezza, ma anche di sfuggire al nostro controllo, perdendosi in se stessa. Comunque prosegua l’elenco, la facoltà primaria e più soddisfacente della mente è sicuramente l’immaginazione. Immaginare crea piacere, dà soddisfazione e appaga i desideri più segreti e perversi dell’uomo. L’immagine mentale può emergere dalle nebbie indistinte dei pensieri e con violenza reale impadronirsi del cuore e delle azioni. Preda dell’immaginazione, l’uomo non riesce a distinguere tra realtà e fantasia.

‘’Di su di giù va il conte Orlando e riede, né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica o quel ladro che n’ha portato il bel viso leggiadro. E mentre o quinci or quindi invano il passo movea, pien di travagli e di pensieri, Ferraù, Brandi marte e il re Gradasso, Sacripante e altri cavallieri vi ritrovò ch’andavano alto e basso, né men di lui facevano vani sentieri; e si rammaricavano del malvagio invisibil signor di quel palagio’’. La magia del palazzo di Atlante, che fa vedere ai cavalieri i loro desideri più grandi, è per Ariosto allegoria della vita; gli uomini si affaticano inutilmente dietro passioni e sogni illusori, ma non solo. Lo stesso palazzo è in realtà una mera illusione, frutto dell’incantesimo del mago sulla mente di Orlando. In quel fittizio tetro, le marionette del dodicesimo canto neppure scovano il vero nemico da sconfiggere: se stessi. Un eccesso di immaginazione significa perdizione, sogno, illusione. Il rischio è rimanere intrappolati in un labirinto di fantasie che noi stessi creiamo per diletto, ma che segnano inesorabilmente il perimetro della perdizione. Al centro un castello di speranze disattese, sogni infantili, rifiuti in accettati, delusioni amorose.

“Avevo percorso un labirinto, ma la nitida Città degl’Immortali m’impaurì e ripugnò. […] Ignoro se tutti gli esempi che ho enumerato siano letterali; so che per molti anni infestarono i miei incubi; non posso sapere ormai se un certo particolare è una trascrizione della realtà o delle forme che turbano le mie notti.” Immaginazione e realtà si confondono. Il labirinto si fa più intricato. Le barriere mentali che ci imprigionano sono troppo alte da scalare, e troppo spesse da abbattere. Prede volontarie di noi stessi, non siamo in grado di scindere due realtà complementari ma distinte. La realtà viene travisata dall’immaginazione, la voce della ragione rimane inascoltata. Tutto si fa relativo e distorto, come nei dipinti di Escher; non esiste un sopra o un sotto, giusto o sbagliato, destra o sinistra perché tutto è possibile, nel labirinto della nostra mente. L’inquietudine della possibilità e l’incertezza della scelta turbano le notti. I più cari amici si allontanano o si perdono nel labirinto che inesorabilmente siamo ormai costretti a percorrere. L’avversione e il disgusto per ciò che si sta diventando non basta.

“La domanda che adesso inizia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?”. Labirinti senza uscita, dove nessuna porta si apre in fondo al percorso, nessun Dio al centro, soltanto l’angoscia di un viaggio senza ritorno. E’ Pasiphae, è Pollock che fissa il caos sulla tela, labirinto astratto e interiore senza fuga e senza senso.

Preda dell’immaginazione, l’uomo si perde in un labirinto interiore e mentale, che finisce per diventare realissimo e tangibile. L’unica possibilità è proseguire, l’unica speranza arrivare al centro del labirinto per uccidere il Minotauro, simbolo dell’irrazionalità, del sospetto, dell’angoscia generate da Pasiphae, l’immaginazione.

dedalo-minotauro

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