LA TRILOGIA DEL CORNETTO – PARTE 2

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di Manuel Leale

Hot Fuzz, 2007, è un film pieno di cliché. Punto.

Questa è la sacrosanta verità, al pari però di un’altra: Hot Fuzz è un film imprescindibile, una delle visioni migliori nella vita di uno spettatore. Capisco che potrebbe sorgere spontanea una domanda, e cioè come faccia un film colmo degli stereotipi del Genere ad essere un gigantesco esempio di quello che di bello può esserci nel cinema. Semplicemente, Wright, Pegg e Frost sono appassionati, prima ancora che professionisti, e il loro amore per ciò che fanno li rende contemporaneamente consapevoli dei rischi insiti nei cliché e perfettamente in grado di gestirli nell’unico modo possibile: smontandoli, sezionandoli e inserendoli in modo tale che diventino punto forte di eccezionale comicità. Non credo esistano, nel mondo cinematografico, molti altri autori e interpreti in grado di fare qualcosa del genere e questo rende Hot Fuzz qualcosa di più che un semplice action movie. Ogni sequenza che omaggia il Genere non è mero citazionismo, ma amore incondizionato, ed è solo questo a permettere loro di inserire scene assurde senza che risultino stupide, di prendere in giro senza ridicolizzare, ma anzi, spettacolarizzando il tutto esattamente come avrebbe fatto un vero appassionato di action, uno come noi. Forse è proprio questo il punto, Wright, Pegg e Frost sono come noi, tre non più giovanissimi nerd che si divertono ancora come matti, con quello che ha accompagnato non solo la loro ma anche la nostra infanzia e adolescenza. Mi sia concesso il termine nerd, anche se i tre sono ben di più, perché alla passione accomunano una verve e una vivacità strepitose, dei tempi comici perfetti, una regia coinvolgente e una sceneggiatura con i fiocchi. E tutto ciò, per parlare semplicemente di questo: l’agente di polizia Nicholas Angel è un perfetto sbirro metropolitano, con il più alto tasso di arresti dell’intero distretto. Talmente ligio al dovere, rispettoso delle regole e superiore in ogni cosa che fa da attirarsi l’antipatia dei superiori, che lo trasferiscono a Sandford, monotona cittadina nella campagna del Gloucestershire. Qui, Angel viene affiancato al corpulento e ingenuo agente Butterman e la sua devozione alla divisa gli procura gli sfottò dei colleghi. Infatti, quando nella perfetta cittadina inizieranno ad avere luogo misteriosi incidenti, Angel sarà l’unico a credere che nascondano un disegno criminale più ampio e ad adoperarsi per smascherare il colpevole.

Hot Fuzz è metacinema, un cinema che parla tanto a noi quanto a se stesso e di se stesso, e la forza dei tre scalmanati personaggi non risiede solo nella loro capacità di costruire una storia perfetta, divertente, seria ma allo stesso tempo comica, geniale nel suo svolgimento ma soprattutto nella sua risoluzione, con un finale strepitoso, ma sta anche nella reale sensazione che siano tanto vicini alla nostra vita quotidiana da poter dar loro del tu, da poterli incontrare al pub per una birra fresca. Da poter condividere quello che amiamo, poiché anche loro lo amano. E te lo dimostrano con un film così, affiancati, tra gli altri, da Timothy Dalton (Flash Gordon, 007 Zona Pericolo, 007 Vendetta Privata), Jim Broadbent (premio Oscar e Golden Globe nel 2002 per Iris) e David Bradley (Harry Potter, Game of Thrones, Captain America), con due veloci cammei di fan inaspettati: Cate Blanchett e Peter Jackson.

Con il classico cornetto blu, alla crema di latte e cioccolato, Hot Fuzz è l’action comedy poliziesca per tutti, non solo per gli appassionati del Genere, ma anche per chi cerca qualcosa di alternativo nel panorama mainstream. A patto che si mettano da parte snobismi e intellettualismi, e che si scelga di entrare in un mondo dove dominano il cinema più puro, la passione e i birraioli amici nerd del pub.

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La trilogia si conclude nel 2013, con l’ultimo tassello nel mosaico cinematografico di Wright e compagni: The World’s End.

La Fine del Mondo è una commedia, ma come le due opere precedenti viene innestata in un contento alternativo, in questo caso fantascientifico, in cui i topos narrativi del Genere vengono utilizzati intelligentemente, per una storia di maturazione, scelte e accettazione. Questo film, forse più degli altri due, dimostra l’incredibile capacità del regista di fare ciò che fa, di esplorare luoghi conosciuti in modo insolito, di dirigere film che sembrano parodie, ma invece sono esattamente ciò che si vede, poliziesco, sentimentale, commedia o fantascienza che sia. Wright, e in The World’s End lo dimostra con divertente prepotenza, è il regista più intraprendente e soprattutto libero della sua generazione, certamente uno dei più talentuosi. Non fraintendetemi, di registi liberi di fare ciò che vogliono ce ne sono molti, ma lui è unico per il semplice modo in cui lo fa, caratterizzando un cinema scevro da dogmi, compromessi, regole e vincoli, rendendolo al tempo stesso introspettivo e commerciale. Insomma, Edgar Wright è tanto Bergman quanto Spielberg e se anche il connubio potrebbe far rizzare i capelli in testa ai cinefili più intransigenti, la realtà dei fatti è che il regista inglese ha creatività, passione e talento da vendere.

È difficile parlare di questo film senza commettere il tremendo crimine dello spoiler, anticipando elementi che purtroppo sono già stati svelati da un trailer infelice, ma ci proverò: cinque amici si ritrovano, dopo molti anni, nella natia Newton Haven, per ritentare un’impresa fallita durante l’adolescenza, completare cioè un devastante pub crowl, una maratona alcolica nei dodici pub della città. Quello che scopriranno li porterà non solo a combattere i propri demoni, ma anche a combattere per la loro libertà.

Anche qui, in un continuo filo che lega tutti e tre i film scritti da Pegg e Wright, si percepisce una critica sulla posizione dell’uomo di fronte ad una società che lo vuole omologato, ubbidiente, a tratti terribilmente inquadrato nella sua quotidianità. The World’s End è la pinta di birra che rompe gli argini della sobrietà, liberando ciò che si ha dentro senza freni, ciò che si è sempre voluto dire ma non si è mai detto, in un crescendo di autodeterminazione che conduce spedito alla scelta finale, il diritto inalienabile dell’uomo di essere quello che vuole, anche testardo, stupido e infantile. In pratica, di essere libero. Il nodo centrale è qui, è l’accettazione di sé, dei propri pregi e difetti, dei limiti e della scelta di maturare con la consapevolezza che c’è sempre un’opportunità e sempre una scelta. Questo è ciò che viene offerto a Gary King e compagni, una scelta dalle molteplici facce, in cui forse non c’è una risposta corretta e al tempo stesso sono giuste tutte. Globalizzazione e standardizzazione, sono davvero sbagliate in cambio di pace e stabilità? Credetemi quando vi dico che la risposta di The World’s End è un finale come non se ne sono mai visti nella storia del cinema. Geniale e straordinariamente introspettivo, nel suo eccesso, nella sua stranezza e nel suo costringere tutti a guardarsi davvero allo specchio. Non pensiate alla fantascienza classica, qui non c’è desiderio di esplorazione e gli autori si guardano bene dal cadere nel banale, risolvendo la situazione con la forza o con una classica guerra su larga scala, come tante pellicole sci-fi hanno mostrato. La genialità della loro risoluzione è tanto semplice quanto innovativa e quando si pensa sia finita, il film accelera di nuovo, forse un modo per salutare degnamente, come vecchi amici.

Tutto senza farsi mancare comicità, risate e un cornetto al gusto di menta, in scene congeniate alla perfezione, ulteriore conferma della bravura di Wright, Pegg e Frost. Con loro, alla Fine del Mondo ci si arriva volentieri.

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La Trilogia del Cornetto si conclude qui, e come avrete certamente capito è la presenza di un gelato ad avergli dato questo nomignolo, un cornetto diverso per ogni genere trattato. Wright, scherzando, l’ha paragonata alla Trilogia dei Colori di Krzysztof Kieślowski, ma la verità e che Shaun of the Dead, Hot Fuzz e The World’s End sono unici e inimitabili. Sono metacinema, omaggi, mix perfetti di generi differenti, sono passione, tecnica, bravura e un pizzico di sano orgoglio nerd. Lo so, lo humor britannico non sempre risulta immediato e non è per tutti, ma Simon Pegg, Edgar Wright e Nick Frost riescono a rendere il cinema ancora più bello. E sì, in fondo anche il mondo.

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