LA TRILOGIA DEL CORNETTO – PARTE 1

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di Manuel Leale

Il cinema italiano più commerciale sta subendo, ormai da parecchi anni, una sintomatica tendenza alla superficialità e all’opportunismo. Contemporanea al desiderio spinto dello spettatore medio di poter continuare a tenere spento il cervello anche al cinema, guardando qualcosa che apparentemente possa elevare la mediocrità della sua vita e gli faccia dimenticare la sua fantozziana esistenza. Sto evidentemente generalizzando, ma trent’anni di cinepanettoni, il cui successo ha avuto un leggero calo solo nell’ultimo periodo, dimostra certamente qualcosa e cioè che tette, volgarità, gag puerili ed escrementi conquistano sempre una larga fetta del pubblico nostrano. Lungi da me fare l’intellettuale e consigliare la sola visione di Novelle Vague e Neorealismo, ma la verità è che in Italia, a differenza di altri paesi come la vicina Francia, non esiste una politica di reinvestimento monetario adeguata, una politica che possa, per esempio, costringere i tre poli produttivi maggiori, Sky, Mediaset/Medusa e Rai/01 a utilizzare più soldi nella produzione e uscire quindi dal quel circolo vizioso che si è andato a creare negli anni. La spinosa questione della distribuzione italiana non riguarda, però, solo i film prodotti nel nostro Paese, bensì anche quelli che arrivano dall’estero, spesso bistrattati per una errata concezione del genere cinematografico cui appartengono.

Molti gli esempi, dai lavori di Stephen Chow, fatti doppiare da calciatori con ovvi e meravigliosi risultati, fino al curioso snobismo con cui vengono importati alcuni titoli, forse considerati sciocchi esempi di basso cinema, per non dire di peggio.

Sto esagerando? Forse, o forse la realtà dei fatti è che autori intelligenti come Edgar Wright portano con loro l’incomprensione tipica del genio.

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La sua Trilogia del cornetto, nome ufficioso per indicare un trittico cinematografico britannico composto da Shaun Of the Dead, Hot Fuzz e The World’s End, non ha infatti avuto vita facile in Italia. Shaun, goliardicamente insultato fin dal titolo adattato con L’Alba dei Morti Dementi, uscito nel 2004, ha visto la luce italiana solo in home video, a fine Agosto 2005. Sorte simile è toccata nel 2007 a Hot Fuzz, uscito nelle sale italiane il 24 Agosto. Infine, The World’s End, posticipato, anticipato e alla fine comparso in qualche sala il 26 Settembre 2013, con due mesi e mezzo di ritardo. Dopotutto si sa, ad Agosto, invece di godersi il sole in piscina, lago, mare o qualunque altra località vacanziera si possano permettere, è usanza che gli spettatori agognanti novità affollino i cinema italiani.

Riempitivi, questo sono probabilmente considerati, magari senza rendersi conto del fenomenale esempio di metacinema che propongono. Ma, in sostanza, cos’è e cosa rappresenta la Trilogia del cornetto?

Sebbene il primo film, Shaun of the Dead, sia del 2004, tutto parte qualche anno prima, nel 1996, quando Edgar Wright conosce Simon Pegg e Jessica Hynes sul set di Asylum, black comedy surreale di 6 episodi. Qualche anno più tardi, nel 1999, i tre si uniranno a Nick Frost per Spaced, sit-com trasmessa fino al 2001 su Channel 4. Purtroppo pressoché sconosciuta in suolo italico, è uno degli esperimenti meglio riusciti della tv inglese, perlopiù slegata da certe logiche di mercato e quindi più libera di creare e interrompere senza troppi problemi. Spaced è piuttosto classica nello sviluppo, ma la sua genialità è nel contenuto: situazioni surreali, citazioni nerd, regia innovativa e tanto divertimento in stile british. Questo la rende non adatta a tutti, è vero, ma Spaced è stato, oltre che un divertentissimo e geniale esperimento, anche una sorta di prova generale per qualcosa di più grande: Shaun of the Dead.

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L’Alba dei morti dementi, che da qui in avanti per rispetto ai suoi creatori chiamerò semplicemente Shaun, è uno di quei film che non ti aspetti. Scritto da Pegg e Wright e interpretato, oltre che dallo stesso Pegg, anche da Nick Frost, si avvicina così tanto alla parodia che si resta sorpresi nel notare quanto invece, alla fine, non lo sia per nulla. Shaun è una commedia, ma giocata sulla base di stilemi narrativi horror a tal punto ben strutturati e inseriti, che funzionerebbe tranquillamente anche senza comic relief, restando un perfetto zombie movie. Vedere per credere: Shaun è un trentenne londinese abitudinario e inconcludente, che viene lasciato dalla fidanzata Liz a causa della sua incapacità di cambiare. Condivide l’appartamento con Ed, perdigiorno e compagno di bevute al pub Winchester, e con Pete. Quando si accorgeranno che l’apocalisse zombie è arrivata, cercheranno di salvare le persone che amano e portarle nell’unico posto sicuro che viene loro in mente: il Winchester.

All’apparenza, quindi, uno zombie movie non originale ma in piena regola, non fosse per l’inserimento della quotidianità e delle scene comiche che vedono coinvolti Shaun e compagni. Sarebbe stata facile e letale la trappola della parodia, ma Wright e Pegg riescono nell’intento di non caderci, mantenendo grande rispetto per il Genere di fondo, l’horror, che non viene mai smorzato dalle situazioni comiche che si vengono a creare, ma che anzi riesce curiosamente a risaltare, generando una dicotomia che in altri contesti avrebbe sicuramente rovinato l’esperienza, ma che qui, grazie all’intelligenza dello script, il ritmo narrativo perfettamente sezionato tra horror e commedia, la buona recitazione e la conoscenza perfetta di ciò che si sta trattando, rende Shaun of the Dead, se non un capolavoro, un pionieristico esempio di ottimo cinema. Senza contare la presa di posizione sicuramente omaggiante, ma anche coraggiosa in un periodo dove si cerca più l’impatto visivo che quello filosofico, nel presentare l’elemento zombie in chiara chiave Romeriana: gli zombie di Shaun seguono un percorso già tracciato dal Maestro Romero con la sua epopea horror, simboli di una critica sociale che punta il dito sulla routine, sulla quotidianità spenta e vuota e sull’essere umano reso un metaforico zombie dalla società moderna, un percorso dove la routine dei vivi non sembra essere molto diversa da quella dei non morti.

Shaun è questo, un cornetto al gusto fragola, un film non perfetto, certo, ma onesto, divertente, innovativo, un omaggio affettuoso ma anche un personale modo di creare cinema, per loro e per noi.

Ma il trio si supera con il successivo film, un action movie poliziesco, nuovo omaggio e nuova formidabile fermata della loro personalissima strada metacinematografica.

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