V PER VENDETTA

v for vendetta

di Manuel Leale

“Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!”

Questi versi sono parte di una filastrocca che ogni 5 Novembre i bambini inglesi e neozelandesi recitano ai propri genitori, chiedendo loro dei soldi per i fuochi della Guy Fawkes Night. Sono in molti, oggi, a sapere di cosa si tratta, ma per coloro che ancora non ne hanno idea, la vicenda è presto raccontata: il 5 Novembre del 1605, Guy Fawkes fu scoperto con trentasei barili di polvere da sparo pronti ad esplodere nei pressi del Parlamento, con l’intento di assassinare Re Giacomo I e la maggior parte dei parlamentari protestanti riuniti nella Camera dei Lord. La Congiura delle Polveri, così venne chiamata, portò alla famosa “Hanged, drawn and quartered”, la pena capitale dell’epoca, per Fawkes e altri congiurati. Da quel giorno, il 5 Novembre, si festeggia la fuga e il salvataggio del Re e solo in tempi recenti la figura di Fawkes è stata rivalutata, così che non capita raramente di sentire la frase “Fawkes fu l’unico uomo ad essere entrato in Parlamento con buone intenzioni”.

Questa rivalutazione passa non solo dai cambiamenti sociali, ma anche dal successo di un’opera geniale quale “V for Vendetta”, la graphic novel scritta e disegnata da Alan Moore e David Lloyd e pubblicata tra il 1982 e il 1985. Prodotto in piena era Thatcher, sono parecchi a pensare che il lavoro dei due fosse una velata ma profonda critica alle scelte della conservatrice lady di ferro, tuttavia né Moore né Lloyd si sono mai espressi a riguardo. Al di là di tutte le supposizioni, la cosa importante, ciò che eleva la graphic novel, sono le domande che vengono poste, brutali nella loro destabilizzante semplicità: eticamente, è giusto compiere atti terroristici e omicidi in nome di un obiettivo moralmente elevato, fosse anche la libertà? Possono esistere l’ordine e la giustizia senza libertà, o viceversa? Che differenza c’è tra anarchia e caos?
Se queste sono le profonde questioni che animano il meraviglioso lavoro di Moore e Lloyd, è un po’ diverso per il film tratto dalla loro opera, sebbene ci si muova, per ovvie ragioni, su di un differente binario.

Sceneggiato da Andy e Lana Wachowski (all’epoca ancora Larry) e diretto da James McTeigue, il loro adattamento di V si discosta in diversi punti dall’opera originale e buona parte delle critiche sono arrivate proprio per questo motivo. Molte sono le differenze, ma ciò che la maggior parte delle persone non tiene in considerazione è che la narrazione cinematografica è ben diversa da quella letteraria e spesso le scelte controverse degli sceneggiatori portano ugualmente allo stesso risultato. Detto questo, non si può non apprezzare il coraggio dei Wachowski e di McTeigue nell’intraprendere un adattamento difficile come questo, anche se ormai dovremmo essere abituati agli azzardi dei due fratelli americani. Non dimentichiamoci che sono loro gli artefici della trilogia di Matrix, importante punto di svolta per action e sci-fi. E questo V per Vendetta è figlio di quel loro modo di fare cinema, cosa che forse può risultare uno dei pochissimi difetti.

V è un film che parla di politica, violenza, sottomissione e, appunto, vendetta. Ci trascina in un’Inghilterra orwelliana, dalla cui capitale Londra domina la dittatura del Norsefire, partito nazionalista arrivato al potere grazie alla paura e creatore di un regime totalitario che controlla ogni aspetto della vita comune, sbarazzandosi delle minoranze o di coloro che ritiene oppositori politici. In questo clima di terrore si muove la figura solitaria di V, individuo in nero e mascherato con le sembianze di Guy Fawkes, che intende rovesciare la dittatura, compiendo la sua vendetta dimostrando alla popolazione tutto il marcio che si sono abituati ad accettare chinando la testa e chiudendo gli occhi.
Da questo sunto della trama, si può capire come il rischio di mancare totalmente il senso dietro all’opera scritta dal geniale e controverso Alan Moore fosse tremendamente facile. Sarebbe bastato puntare sugli elementi eroistici della storia, sulla sua giusta vendetta, distruggendo senza sconti tutto ciò che si cela dietro le domande che vi ho presentato poco fa. Perché il personaggio di V, in fondo, non è un eroe, ma un vendicatore solitario che utilizza bombe e omicidi per giungere al suo scopo. Che lo scopo sia meritevole non fa differenza, lui resta un terrorista. Se vi rendete conto della difficoltà di identificare un simile personaggio, siete sulla buona strada per comprendere la bellezza dell’opera e del film. Già, poiché anche il film, pur con le sue differenze e la sua quasi naturale estetizzazione delle scene d’azione, riesce nell’intento di mantenere intatto il senso profondo della storia. V si muove in bilico fra giustizia, nel senso più grande e universale del termine, e vendetta, legandoci a sé nel suo essere romanticamente retrò e allo stesso tempo violentemente anarchico.

E non potrebbe essere altrimenti con l’eccezionale interpretazione di Hugo Weaving, nascosto dietro la maschera di Fawkes, dove fa sfoggio della sua teatrale bravura regalando espressioni a chi non ne ha. Con lui, un cast meraviglioso: Natalie Portman, splendida nel suo viaggio iniziatico contro la paura, un grande John Hurt, Stephen Rea, Stephen Fry e Rupert Graves.
Il lavoro di adattamento può aver fatto storcere il naso a qualcuno, ma ci ha regalato forse la migliore, insieme a Watchman di Snyder, delle trasposizioni dei fumetti di Alan Moore. McTeigue e i Wachoski confezionano un ottimo film, riuscito, emozionante e coinvolgente, un adattamento certamente diversificato, perché la narrazione ha bisogno di dipanarsi con un ritmo differente e questo comporta modifiche, ma rispettoso e vincente nel suo muoversi su quel filo sottile che in ogni momento può far precipitare un ottimo film nel baratro delle delusioni.
Chapeau.

(V for Vendetta) Regia: James McTeigue; Cast: Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Fry, John Hurt, Stephen Rea, Tom Pigott-Smith; Thriller, Azione; USA; 2005; Warner Bros.

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